Una raccolta di pensieri.

giovedì 24 gennaio 2013

Racconto per un concorso!

Salve a tutti! Oggi la mia amica Esmeril mi ha fatto il caziatone perché non entro più nel blog.. sì, è vero. Perdonatemi.
Ma adesso con molto egoismo chiedo a tutti voi che ogni tanto per sbaglio cliccate sul link per aprire questo blog se vi va di leggere questo racconto che ho appena finito di scrivere per un concorso.. Ho veramente finito di scriverlo pochi minuti fa, l'ho riletto solo una volta e quindi è fresco fresco per essere letto da voi, in modo che possiate darmi consigli!
Allora, il tema del concorso è L'ATTESA e oltre al fatto che non potevo superare i 12.000 caratteri spazi inclusi non c'è nessuna "regola" da seguire in particolare, deve essere solamente un racconto.
Se vi va leggete e ditemi cosa ne pensate.. massima sincerità!

Aspettare per la vita

E’ tutto fermo, le porte ferme, le sedie ferme, il bianco triste di quei muri asettici fermo, le persone veloci sono ferme, le parole lente sono ferme. L’aria è ferma. Il mio respiro, fermo.
Solamente una cosa continua a muoversi, unica in tutta quell’immobilità, la mia mano. Tremano, la mia mano, le mie dita, fredde come sempre. Stringono un foglio, le mie dita.
I miei occhi, fermi.

Ho nove anni, mi chiamo Ilaria e ho un cane che si chiama Baloo, come l’orso de “Il libro della giungla”, perché è nero e grandissimo. Gioco sempre con Baloo, perché non ho un fratellino e nemmeno una sorellina, mamma mi ha detto che aveva finito le uova per fare un altro bambino.
Quindi ho Baloo, che per me è come se fosse un fratello più grande: si prende tutte le colpe quando facciamo i pasticci insieme.
Vado a scuola e sono anche brava, ma non capisco perché mamma non mi fa mai regali quando prendo bei voti. Dice sempre che è il mio “dovere” essere brava.
Ho nove anni, ma tutte le persone che mi vedono per la prima volta pensano che ne abbia di più, undici o a volte anche dodici; tutti quelli che mi conoscono da tanto tempo dicono che da grande potrò fare la modella perché sono molto alta per la mia età. Ma mamma non è d’accordo, secondo lei da grande farò la scienziata, o la maestra.
Secondo me da grande farò la dottoressa dei bambini. Si dice “pediatra”.

La gente passa per il corridoio, mi guarda appena. Il mio sguardo, assente.
Mia madre mi dice qualcosa a proposito di qualcos’altro, faccio finta di aver capito e torno a contemplare l’immobilità di quel luogo che ormai è la mia seconda casa.
Ascolto i battiti accelerati del mio cuore.
Mia madre ha gli occhi lucidi.
I miei occhi, fermi.
E’ pazzesco aspettare.

Conosco tanti pediatri e mi piace parlare con loro. Mi insegnano com’è fatto il mio corpo e mi spiegano tutte quelle cose sul sangue e sulle cellule; il prossimo anno farò la quinta e quando studieremo il corpo umano sarò avvantaggiata.
Ci sono tanti tipi di pediatri, per esempio quelli simpatici e quelli timidi, quelli scorbutici e anche quelli scherzosi; il mio preferito si chiama Francesco ed è il più giovane che conosco. Lui mi chiede sempre cosa penso di quello che sta dicendo; a volte faccio “sì” con la testa e basta, perché non conosco tutte le parole che conosce lui.
Non ho ancora capito bene cosa significa “linfoblastica”.
Francesco mi insegna tante cose.
La sua frase preferita è “quando saremo colleghi cureremo tanti bambini come te”.

Non ce la faccio ad aspettare ancora.
Se almeno mia madre la smettesse di tirare su con il naso.
Quest’attesa cambierà la mia vita, per questo tremo, per questo sono ferma, per questo mi viene da urlare, più forte, urlare, per questo vorrei andarmene, per questo è difficile e non posso più sopportare i medici che parlano, fermi, le porte che si aprono, ferme, tutte tranne quella che sta davanti a me, tutte tranne questa maledetta porta bianca sterile e orribile.
Voglio andarmene. Papà, almeno tu portami via. Andiamo via e non torniamo mai più in questo posto per gente ferma.
Devo muovermi.

Francesco mi piace e vorrei che fosse il mio fidanzato, ma ho già un fidanzato che sta in classe con me, si chiama Gianmarco. A scuola dice sempre cose divertenti e fa arrabbiare spesso la maestra di italiano, perché ancora si sbaglia tra passato prossimo e passato remoto quando è interrogato sui verbi. Non stiamo mai vicini a scuola perché mi vergogno se gli altri scoprono che siamo fidanzati. Lui è d’accordo con me.
Per fortuna le nostre mamme sono amiche e quindi ogni tanto lui viene qui da me e giochiamo insieme con Baloo o facciamo i compiti; è bravissimo a matematica, così facciamo le gare a chi finisce per primo le divisioni. Vince sempre lui.
Siamo fidanzati da quando stiamo in prima, quindi ci vogliamo bene, anche se a volte ci lasciamo perché lui parla troppo con le altre femmine di classe.
Tranne con Valeria, con Valeria non ci parla mai perché lei è cicciottella e ha anche gli occhiali, quindi ha pochi amici. Io sono amica di Valeria, perché lei è diversa dalle altre bambine e anche io sono diversa dalle altre bambine.
I miei “linfoblasti” sono diversi da quelli di tutti gli altri, me l’ha detto Francesco.

Non farò mai il medico, mai, mai, mai, mai. Mi hanno rovinato anni di vita. Mi hanno torturato con le loro parole e poi mi hanno tutti abbandonato. Ogni volta uno nuovo, uno più bravo, uno più esperto. Tutti uguali.
Quelli che dicevano che era inutile. Quelli che dicevano che dovevo reagire.
Quelli che non aprono la porta. E fanno aspettare.
Devo correre. E andare lontano.

Papà è più buono di mamma, si arrabbia pochissimo. A parte quando torna dal lavoro, perché quelli con cui lavora lo fanno innervosire. Mamma invece mi sgrida anche quando non ce n’è bisogno, anche se ultimamente è molto più buona con me. Anzi, è più strana. Ma per me va bene, così non si arrabbia e io posso giocare con Baloo anche se non finisco tutti i compiti.
Baloo sta migliorando, è molto più veloce quando gli tiro i bastoncini; ma tutte le volte si rotola sul giardino bagnato e poi prova a buttarmi per terra per sporcarmi. Prima mamma si arrabbiava tantissimo quando entravo dentro casa tutta sporca di terra e Baloo tutto bagnato. Adesso non le interessa più, dice solo “vai a cambiarti i vestiti e non prendere freddo”.
Per me va bene, ma a volte vorrei essere più rimproverata. Gianmarco mi dice “come più rimproverata? Avessi io una madre come la tua!” e io gli rispondo che mamma a volte mi fa paura, perché la sera non cena più, va subito a dormire. E la mattina si sveglia tardissimo.
Papà dice che mamma non sta tanto bene. Si chiama “depressione”.

Leggo il foglio che ho in mano, poche righe, scritte dalle mie amiche. Vorrei fossero qui. Proprio vicino a me, al posto di mamma e papà. Una a destra e una a sinistra, perché almeno loro non si metterebbero a piangere e non farebbero sembrare quest’attesa ancora più snervante.
Penso a loro e dimentico per un attimo questa giornata, questi mesi, questi anni. Nove anni.
Nove anni ad aspettare risposte.
Nove anni ad aspettare davanti porte bianche, muri fermi, persone stanche.

Vorrei tanto avere una sorellina, così la porterei insieme a me dai pediatri e le farei conoscere Francesco. Se fosse più grande di me saprebbe dirmi cosa significa “linfoblastica”; l’ho chiesto a mamma, ma ha fatto finta di non ascoltarmi.
Faccio spesso le analisi del sangue, tutti in classe mia hanno paura degli aghi, ma io no: ormai riesco anche a dare qualche sbirciata al sangue che mi prendono e che passa per il tubicino trasparente fino alla provetta. La parte più dolorosa è quando mamma mi stringe fortissimo la mano libera, così forte da lasciarmi i segni delle unghie. Per il resto le analisi non fanno per niente male. Francesco dice che sono coraggiosa e di continuare così perché il coraggio è molto importante per i bambini come me.
Però non è facile essere coraggiosa, perché mi sento sempre stanca; Francesco dice che devo sforzarmi di mangiare tanto, ma proprio non mi va, mi viene sempre da vomitare. Vado in piscina, ma l’anno scorso ero più veloce.
Credo sia per colpa della “terapia”.

Quando ero piccola consideravo tutto un gioco; le analisi del sangue due volte al mese, le visite dai pediatri ematologi ed oncologi una volta a settimana, mamma depressa, papà perso nella confusione. Non avevo idea di cosa stava succedendo veramente.
Non sapevo che stava iniziando un inferno, che deve ancora finire.
Aspetto, finirà.
Se aprono la porta, forse finirà.

Ogni giorno devo prendere quattro tipi di medicine diverse, che hanno nomi molto strani. Non hanno un sapore cattivo, per fortuna. Francesco dice che sono molto importanti per il passo successivo della “terapia”.
Ho sempre sonno e mi fa male spesso la testa, quasi per tutto il giorno. Mamma dice che adesso sono più a rischio di prendermi l’influenza, quindi devo cercare di non sudare e poi prendere freddo.  
Ho scoperto che Francesco è un pediatra “oncologo”; quindi esistono tanti tipi di pediatri oltre a quelli simpatici, timidi, scorbutici e scherzosi; mi piacerebbe conoscerli tutti.
Francesco mi fa conoscere molti bambini come me. Alcuni sono piccoli, quattro o cinque anni. Altri sono più grandi; ma si somigliano tutti: pelle chiara, faccia stanca. E sono tutti magri, come me.
Sento Francesco e papà che parlano del passo successivo della terapia. Si chiama “chemioterapia”.

Aspetto da nove anni questo momento e adesso vorrei scappare. Mi chiedo se è valsa la pena, di aspettare e aspettare e aspettare fino qui; aspettare una risposta che adesso non voglio più sapere. Nove anni vissuti per questo momento.
Entrerò nella stanza qui di fronte, oltre questa porta aperta e avrò una risposta; la risposta che cambierà il resto della mia vita, fragile, appesa a un foglio di carta, a delle analisi del sangue fatte centinaia di volte; ma solo queste sono importanti, solo per queste ho aspettato nove anni tra pasticche e paura. Solo per queste analisi adesso sono qui a pensare a come è iniziato tutto, l’inferno, l’inferno della speranza.
Sono arrivata, l’attesa è finita.

Ho un po’ paura della “chemioterapia”, anche se tutti mi dicono che non farà male. Però non è una parola che mi piace.
Baloo è arrabbiato con me perché sono tanti giorni che non gioco più con lui, ma proprio non ce la faccio a correre come prima; non mi piace la terapia e non mi piacciono quelle medicine che prendo tutti i giorni.
La mattina vorrei non alzarmi mai dal letto, a volte sono costretta a rimanere sdraiata più del solito perché il mal di testa peggiora; quando posso vado a dormire nel letto insieme a mamma, lei dorme quasi tutto il giorno. Sempre per colpa della “depressione”.
Quello che non capisco è perché lei non si prende tutte le pasticche che mi prendo io: alla fine siamo quasi uguali, dormiamo tanto, siamo dimagrite, abbiamo mal di testa e non ci va di fare niente. Ma lei non prende le medicine, forse la sua “depressione” si guarisce anche senza, non è come la cosa che ho io.
La cosa che ho io è una malattia molto importante, me lo dice sempre Francesco; però mi dice che devo stare tranquilla perché guarirò presto. Quindi penso che tra un mese, per il mio compleanno, starò bene; tra un mese è “presto”.

Ho paura, tremenda paura di sapere cosa c’è scritto dentro quel foglio che uno dei tanti medici che ho conosciuto mi sta porgendo. Ho paura di ricominciare ad aspettare.
Aspettare e tremare, aspettare che l’immobilità diventi confusione, aspettare il giorno più importante della mia vita, aspettare e cadere, “resisti”, “vai avanti”, “non guardare”, “dormi”, “non farà male”, “combatti”, “non piangere”, “guardami”, “devi vivere”, “ci sarò”, “reagisci”, “guarirai presto”, ma quanto presto? Quanto è durata l’attesa?

Sono triste perché mamma è sempre triste e piange. E dorme.
Papà mi fa ridere, perché non è capace a cucinare bene come cucina mamma e ogni volta si inventa dei tipi diversi di pasta; faccio finta di mangiare mentre c’è Baloo sotto il tavolo che mi aiuta a fare contento papà.
Ho deciso che chiederò spiegazioni a Francesco su tutto quello che sta succedendo.
Chiederò a Francesco perché mamma non si prende le medicine se le nostre malattie sono quasi uguali; perché ho sempre mal di testa e se è colpa delle pasticche che prendo; quando farò la “chemioterapia” e se sarà dolorosa; se dopo la “chemioterapia” starò bene come prima; cosa significa “linfoblastica”; perché non riesco ad essere veloce in piscina come l’anno scorso; perché ho sempre sonno; per quanto tempo dovrò essere ancora così “coraggiosa”.
Vorrei chiedergli anche altre cose, per esempio perché ogni volta che dico a qualcuno che ho la “leucemia”, o fa finta di non avermi sentito o mi fissa a lungo negli occhi.

Finito, tutto finito.
Valori nella norma. Come se non avessi mai vissuto questi anni, come se avessi aspettato per niente.
Ho solo aspettato per la vita.