Una raccolta di pensieri.

mercoledì 25 gennaio 2012

All'improvviso ho smesso..

Suonavo.
Tiravo fuori la chitarra dalla custodia, prendevo i libri, gli spartiti, e iniziavo a suonare.
Ma doveva esserci silenzio, altrimenti mi innervosivo. Di solito la mia spettatrice più critica era mamma, riusciva a capire quando sbagliavo una nota, perché il suono non era in sintonia con i precedenti. Mi diceva "eh, questa mi sa che è sbagliata!"; io mi sentivo come se quell'osservazione l'avesse fatta un grande compositore e ricominciavo daccapo il brano. Suonavo e mi sentivo la chitarrista più promettente di tutti; a volte invece ero scoraggiata, quando quegli arpeggi non mi venivano fluidi, quando le dita della mano sinistra erano troppo rigide per fare grandi spostamenti sulla tastiera, quando appena sbagliavo un passaggio mi impallavo e sbagliavo tutto.
C'erano alti e bassi.
Ma ogni volta, ogni volta che volevo suonare tiravo fuori la mia chitarra e mi estraniavo dalla realtà che mi circondava; suonavo, suonavo, suonavo, sbagliavo, ricominciavo, suonavo! Suonavo perché mi piaceva, mi piaceva da matti pizzicare quelle sei corde tese, muovere agilmente le dita, veloci, energiche, competenti. Le mie mani sapevano quale fosse la posizione migliore, il modo migliore per dare forma a un brano, anche se difficile.
Quando dovevo studiare un pezzo complicato, che mi avrebbe portato a un livello più alto, lo provavo, lo provavo, lo provavo, con il mio maestro, a casa da sola, lo provavo perché DOVEVA venire perfetto; ma nessun brano mi è mai venuto perfetto, se ci penso. La perfezione non è mai appartenuta al mio modo di suonare; potevo suonare bene, benissimo, emozionando, entusiasmandomi, ma non credo di aver mai suonato PERFETTAMENTE.
Comunque io amavo la chitarra. La amavo veramente. 
Prenderla in mano, provocare suoni pazzeschi, melodie assolutamente emozionanti; era la cosa che preferivo in assoluto, suonare.
Suonavo.
Ricordo quando mi sono esibita, un anno e mezzo fa, da sola davanti a tantissima gente: ho studiato il brano, "Giochi proibiti", per mesi, fino a impararlo a memoria e a riuscire a farlo 10, 20, 30 volte di seguito, arrivando a non farcela più, a odiarlo e amarlo nello stesso tempo.
Quel giorno ero agitata, preoccupata, emozionata.
Poi ho suonato, su una sedia al centro del palco, con la gente che mi guardava e che poi mi applaudiva.
Era finito, i miei cinque minuti di estasi erano finiti e io mi sentivo una piccola promessa della musica, ero così contenta.
Suonavo.
Suonavo da tanto tempo, a volte con più, a volte con meno voglia.
A volte non mi andava di andare a lezione, a volte non vedevo l'ora.
A volte suonavo tutta la settimana, a volte nemmeno un pomeriggio.
Ma la chitarra era sempre lì a sussurrarmi che avrei potuto smuovere bellissime melodie ogni volta che avrei voluto; suonavo.
Suonavo, suonavo, quella chitarra nuova bellissima accordata imparavo a crescere imparavo a essere una musicista anche se sapevo che quello non sarebbe stato il mio futuro lo sapevo ma a me piaceva e non avrei abbandonato quell'impegno per nulla al mondo.


Ma  sono cresciuta. E' stato all'improvviso, una scelta forse non meditata a lungo, ma ho deciso.
Un anno fa ho scelto di smettere, perché.. Perché sono cresciuta e i miei obiettivi, le mie passioni, sono cambiati. 
Ho iniziato a suonare a 10 anni. Credo fosse prevedibile che dopo cinque anni sarei cambiata; ho lasciato quel mondo a malincuore. Ma non me ne pento; non sarei mai diventata una grande chitarrista, questo è certo. 
Suonavo.
La chitarra è sempre lì che mi sussurra frasi persuasive; ma la passione che mi univa a lei non è più come prima.
Suonavo.
E forse un giorno, perché no, ricomincerò a farlo.

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